Perché una barca sicura non è solo una barca ben equipaggiata | BITE
Il 10 settembre partiamo da Bari per Lisbona: 1800 miglia, un mese e mezzo di navigazione. Tutti ci hanno chiesto quali dotazioni di sicurezza abbiamo a bordo. Quasi nessuno ci ha chiesto come decidiamo, comunichiamo e reagiamo quando qualcosa va storto. Apre qui una serie in cinque articoli sulla sicurezza in barca, tra dotazioni e sistema.
Il 10 settembre Spritz lascia Bari per Lisbona: la rotta, le tappe e come unirsi a bordo li trovate nell'articolo che ha annunciato il viaggio. Da quando l'abbiamo pubblicato, e con la possibilità per alcuni lettori di salire a bordo per un tratto, ci hanno scritto decine di persone per chiederci delle dotazioni di sicurezza della barca: la zattera per quante persone è, che modello di AIS usiamo, se abbiamo una radio VHF fissa oltre a quella portatile.
Sono tutte domande legittime, e abbiamo risposto volentieri a ognuna. Ma quasi nessuno ci ha chiesto un'altra cosa che, a nostro avviso, conta almeno quanto le dotazioni: come decidiamo a bordo quando qualcosa non va, chi parla con chi, chi ha l'ultima parola e cosa succede nei minuti prima che un problema diventi un'emergenza.
È una domanda meno immediata da porre, perché non ha una risposta che si possa fotografare come una zattera in pozzetto. Eppure, tra settimane di pianificazione della rotta, turni e checklist, è quella su cui abbiamo discusso più a lungo tra noi mentre preparavamo questa traversata. Da qui nasce questo articolo, e la serie che apre.
Perché ci siamo posti questa domanda
Il modo in cui i lettori collegavano le dotazioni alla sicurezza ci ha fatto notare quanto sia diffusa un'equazione implicita: più strumenti a bordo, più sicurezza; meno strumenti, più rischio.
Non è un ragionamento sbagliato. Una zattera, una radio efficiente, un AIS funzionante possono davvero fare la differenza in una situazione grave. Sono dotazioni fondamentali per la sicurezza e, in molti casi, previste dalla normativa applicabile: nessuna riflessione sui fattori umani può sostituirle, tanto più su una traversata che esce dal Mediterraneo protetto e affronta l'onda lunga atlantica.
Ci siamo chiesti però se bastino da sole a descrivere quanto sia sicura una barca, o una traversata. La nostra impressione, maturata proprio mentre pianificavamo questo viaggio, è questa:
Le dotazioni di sicurezza sono una parte del sistema di sicurezza, ma non coincidono con il sistema di sicurezza.
Una zattera va controllata, tenuta accessibile e resa utilizzabile da chi la trova. Una radio serve a chiedere aiuto solo se chi la usa sa quando farlo e riesce a comunicare informazioni comprensibili. Un AIS restituisce dati preziosi, ma non sostituisce la vedetta, l'attenzione e la capacità di leggere quei dati nel momento giusto.
Detto in un altro modo, ed è la frase che ci accompagnerà in tutta questa serie:
Nessuna procedura può compensare l'assenza delle dotazioni obbligatorie, così come nessuna dotazione può compensare un equipaggio incapace di usarla.
Le due cose non si sostituiscono a vicenda. Si completano.
Dotazioni e sistema non sono la stessa cosa
Le dotazioni di sicurezza sono oggetti: zattera, EPIRB, AIS, radio, giubbotti, estintori. Si comprano, si certificano, si controllano a scadenza. Per loro natura sono statiche: una volta a bordo e in regola, restano lì, pronte all'uso.
Il sistema di sicurezza è tutta un'altra cosa: è il modo in cui le persone, quegli strumenti e le procedure lavorano insieme, momento per momento.
Un esempio banale, ma reale nella sua dinamica, rende meglio l'idea di quello che intendiamo. Immaginate una notte di guardia, vento moderato, tutto tranquillo. Chi è di turno nota che l'AIS segnala un peschereccio che si muove in modo poco lineare, forse in manovra di pesca, forse no: non è chiaro. Da solo, l'AIS restituisce un punto sullo schermo e una rotta stimata. Non dice se quella barca cambierà direzione, né se chi la governa ci ha visti. La differenza tra "va tutto bene" e "meglio svegliare qualcuno" non la fa lo strumento, ma il fatto che chi è di guardia condivida subito il dubbio con il resto dell'equipaggio, invece di aspettare di essere sicuro al cento per cento prima di dire qualcosa. È un dettaglio minimo, quasi non se ne accorge nessuno se va tutto bene. Ma è esattamente lì, in quel passaggio tra vedere un dato e decidere se e come comunicarlo, che si vede la differenza tra avere solo delle dotazioni e avere un sistema che le fa funzionare.
Il sistema riguarda come sono distribuiti i ruoli, come circolano le informazioni tra chi è a bordo, come si comunica un dubbio, come si arriva a una decisione quando il tempo stringe. È dinamico, cambia da traversata a traversata, da equipaggio a equipaggio, e persino nel corso della stessa giornata di navigazione. Sarà diverso, per dire, tra la tratta più tranquilla verso le Baleari e il tratto oceanico dopo Gibilterra.
Le domande dei lettori si concentravano quasi tutte sulla parte visibile, quella più facile da elencare. Quasi nessuno ci ha chiesto come distribuiamo i ruoli a bordo, come decidiamo insieme, o come ci accorgiamo che qualcosa non sta andando come previsto. Non è una critica: è semplicemente quello che ci ha fatto capire quanto questa seconda parte, quella meno visibile, tenda a rimanere sullo sfondo.
Una qualità dell'equipaggio, non solo della barca
Il punto centrale di questo primo articolo è che la sicurezza non è soltanto una caratteristica della barca, misurabile controllando cosa c'è a bordo. È anche, e forse soprattutto, una qualità dell'equipaggio: di come le persone che lo compongono interagiscono tra loro e con gli strumenti che hanno a disposizione.
Prendete due equipaggi che salgono sulla stessa barca, con le stesse identiche dotazioni. Se in uno nessuno sa bene chi controlla la meteo o chi tiene la radio, e in un dubbio ognuno aspetta che sia un altro a parlare, quell'equipaggio parte già in una posizione più debole rispetto a uno in cui i ruoli sono chiari e un dubbio si dice ad alta voce senza pensarci due volte. Le dotazioni sono identiche. Quello che cambia è tutto il resto.
Questo non significa che le dotazioni non contino: restano fondamentali per la sicurezza, e nessun discorso sui fattori umani ha senso se manca la zattera o se la radio non funziona. Significa che non bastano da sole, e vale ancora di più su una rotta che cambia equipaggio più volte, con amici e lettori che salgono a bordo per un tratto e ne scendono in un altro.
Da dove arrivano queste idee
Mentre organizzavamo ruoli, turni e responsabilità per una traversata più lunga del solito, ci siamo accorti che stavamo applicando quasi istintivamente alcuni principi letti altrove, in contesti molto diversi dalla nautica da diporto.
Sono concetti che arrivano soprattutto dall'aviazione civile e dal mondo marittimo professionale, due settori che negli ultimi decenni hanno studiato a fondo i cosiddetti fattori umani: il modo in cui le persone comunicano, si dividono i compiti e prendono decisioni sotto pressione. In quei campi esistono corsi, certificazioni e procedure formalizzate. Noi non abbiamo niente di tutto questo, e non pretendiamo di averlo: non siamo istruttori né esperti di sicurezza marittima, siamo un equipaggio di famiglia e amici che sta preparando una traversata più impegnativa delle solite, e che in questi mesi si è trovato a leggere, discutere e adattare idee nate per contesti professionali. Quello che seguirà in questa serie è la nostra interpretazione, con tutti i limiti e i tentativi che questo comporta.
Cosa troverete nei prossimi articoli
Questo primo articolo è il manifesto della serie: pone la domanda e introduce la distinzione tra dotazioni e sistema. I prossimi quattro entreranno più nel merito, ciascuno su un aspetto diverso, e ognuno leggibile anche da solo. Li scriveremo mentre prepariamo la partenza del 10 settembre, e probabilmente continueremo ad affinarli quando saremo già in navigazione verso Lisbona.
Parleremo di come un equipaggio diventa davvero una squadra, quando competenze e informazioni sono condivise e non isolate. In aviazione questa idea ha un nome, Crew Resource Management, e il mondo marittimo professionale ne ha una versione propria. Parleremo di come si prendono decisioni migliori quando la pressione sale, e del rischio di fissarsi su un solo problema perdendo di vista il quadro generale. Parleremo di come gli incidenti nascano raramente da un'emergenza improvvisa, e quasi sempre da una catena di minacce ed errori che si può imparare a riconoscere e gestire per tempo. E chiuderemo parlando di comunicazione, prima di tutto quella interna tra le persone a bordo, che è la base di ogni comunicazione verso l'esterno.
Sono strumenti nati altrove, in settori con risorse, formazione e regole che la nautica da diporto non ha e forse non deve avere. Li presentiamo qui adattati con prudenza, non come procedure da applicare alla lettera, ma come modi di pensare che possono aiutare chiunque vada per mare, noi compresi: stiamo ancora imparando a metterli in pratica mentre contiamo le settimane che ci separano dalla partenza per Lisbona.
La prossima puntata parte da lì: da come un gruppo di persone a bordo, famiglia, amici, un equipaggio qualsiasi magari cambiato a metà rotta, diventa davvero una squadra.
E voi, quando pensate alla sicurezza in barca, cosa vi viene in mente prima: le dotazioni o il modo in cui un equipaggio le usa? Ditelo nei commenti, ci interessa davvero sapere come la vedete.
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