Abbiamo comprato una barca in Grecia (ed è andata malissimo) | BITE
Abbiamo comprato la nostra prima barca in Grecia senza esperienza e senza patente, convinti che il difficile fosse alle spalle.
Comprare la prima barca è uno di quei momenti che ti immagini per anni.
Ti immagini la libertà, i tramonti, i posti nuovi, l’inizio di una vita diversa.
Quello che non ti immagini è essere fermato dalla Guardia Costiera greca, ritrovarti la barca sotto fermo amministrativo e sentirti dire che non puoi lasciare il Paese.
Eppure, la nostra prima settimana da armatori è iniziata esattamente così.
Avevamo appena comprato la nostra prima barca
Pochi giorni prima di tutto questo, avevamo comprato la nostra prima barca a vela in Grecia.
A quel punto non avevamo una vera esperienza di navigazione, non avevamo fatto una formazione seria e — dettaglio piuttosto rilevante per questa storia — non avevamo la patente nautica.
E questo dettaglio contava parecchio, perché in Grecia la patente è sempre obbligatoria per condurre una barca.
Noi lo sapevamo, infatti il piano era semplice: aspettare l’arrivo di una skipper che ci avrebbe aiutati a riportare la barca in Italia.
Sulla carta era un piano ragionevole.
Nella realtà, ha iniziato a sfaldarsi quasi subito.
L’attesa a Rafina
Ci trovavamo a Rafina, un porto sulla costa est di Atene.
Non è esattamente il tipo di posto dove restare a lungo. È un porto esposto, funzionale, trafficato: uno di quei posti dove ti fermi, fai quello che devi fare e riparti.
Ma noi non potevamo ripartire.
Eravamo bloccati lì in attesa della skipper da più di una settimana, e nel frattempo il tempo aveva iniziato a cambiare.
Poi, un giorno, il vento ha cominciato a salire sul serio — intorno ai 25 nodi, con raffiche anche più forti — spingendo dritto dentro il porto.
Quando siamo tornati alla barca, l’abbiamo trovata che sbatteva violentemente contro la banchina.
Non il classico urto da “vabbè, si lucida”.
Danni veri.
La draglia a cui erano fissati i parabordi aveva ceduto e i parabordi erano finiti in acqua. L’ancora di rispetto si era liberata dal pulpito di prua, era caduta sul bompresso e aveva spaccato la copertura in teak. Il bottazzo laterale in legno — l’equivalente nautico di un paraurti — era stato praticamente distrutto.
All’inizio abbiamo provato a salvare la situazione nel modo più ovvio: più cime, angoli diversi, tensioni diverse, qualsiasi cosa.
Non funzionava niente.
A un certo punto è diventato evidente che restare lì stava diventando più pericoloso che andarsene.
Abbiamo chiamato la Guardia Costiera.
Nessuna risposta.
Abbiamo richiamato.
Ancora niente.
Ed è lì che abbiamo preso la decisione che ha fatto partire tutto il resto.
Siamo usciti.
Attraversare le rotte dei traghetti senza sapere davvero cosa stavamo facendo
Erano circa le 17:00 quando abbiamo mollato gli ormeggi e lasciato Rafina.
Scritta così sembra una frase quasi tranquilla.
Non lo è stata per niente.
Per uscire da lì, dovevamo attraversare l’area di manovra dei traghetti, in un porto commerciale pienamente operativo, con i ferry che continuavano ad andare e venire.
Abbiamo dovuto improvvisare una rotta in tempo reale, con pochissima esperienza pratica, in condizioni già difficili, cercando contemporaneamente di non farci spingere verso gli scogli, la costa o i traghetti stessi.
Le onde erano intorno ai due metri.
E il nostro obiettivo, in realtà, non era nemmeno andare lontano.
Volevamo solo raggiungere un punto un po’ più riparato lì vicino: il porto del Rafina Nautical Club.
La motovedetta che non voleva saperne di aiutarci
All’interno del piccolo porto del Rafina Nautical Club abbiamo visto quella che ci sembrava la soluzione più logica: una motovedetta della Guardia Costiera con due agenti a bordo.
A quel punto noi non stavamo “proseguendo il viaggio”.
Stavamo cercando di fermare la barca in sicurezza.
Il problema era che, anche se lì dentro il mare era più calmo, il vento continuava a spingerci abbastanza da non permetterci davvero di fermarci o tenere la posizione.
Quindi abbiamo continuato a girare.
Letteralmente.
Abbiamo finito per fare dei giri a forma di otto dentro il porticciolo, con Sami al timone e io sul ponte che urlavo “Help! Help!” verso gli agenti.
Abbiamo provato a spiegare la situazione.
Loro, sostanzialmente, non ce l’hanno mai davvero lasciato fare.
La loro risposta, ripetuta più volte, è stata semplicemente:
“You can’t stay here. Go away.”
Fine.
Nessuna domanda.
Nessun tentativo di capire cosa stesse succedendo.
E la parte più assurda è che, dal loro punto di vista, avremmo potuto avere qualsiasi emergenza a bordo: un ferito, una falla, un’avaria seria.
Semplicemente non volevano saperlo.
Siamo rimasti lì quasi due ore, girando in tondo, chiedendo aiuto, senza ottenere nulla.
Alla fine ci siamo arresi e ce ne siamo andati.
Navigazione notturna verso Artemida
A quel punto stava già facendo buio.
Abbiamo guardato le carte e cercato il porto successivo possibile: Artemida.
Sulla carta non era lontano.
Nella realtà, in quelle condizioni, per noi sembrava lontanissimo.
C’erano ancora circa 25 nodi di vento, con raffiche fino a 30, e onde che continuavano a colpire la barca.
Avevamo addosso i giubbotti di salvataggio, eravamo spaventati e stavamo cercando di mantenere il controllo di una barca che conoscevamo appena, al buio, con mare formato e senza avere davvero la certezza di stare prendendo le decisioni giuste.
Quel tratto ci è sembrato infinito.
E poi, intorno alle 23:30, siamo entrati ad Artemida.
E ci siamo immediatamente incagliati.
Incagliarsi… e provare quasi sollievo
Il porto era molto meno profondo di quanto ci aspettassimo.
Non ce ne siamo accorti in tempo.
E improvvisamente, dopo tutto il resto, eravamo di nuovo fermi.
Ma stranamente la nostra prima emozione non è stata il panico.
È stato quasi un sollievo.
Perché dopo ore passate a essere sballottati da vento, onde e decisioni prese male, almeno eravamo riusciti a fermarci.
Non nel modo migliore, certo.
Ma comunque fermi.
Abbiamo gonfiato il gommone, siamo andati a mangiare in un ristorantino davanti al porto e abbiamo provato a calmarci.
Poi siamo tornati a bordo e abbiamo cercato di dormire.
Non ci siamo riusciti.
Perché, appena l’adrenalina è scesa, ci è rimasto in testa un solo pensiero:
E se avessimo danneggiato la deriva?
E questo era solo l'inizio di tutto.