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Vele soltanto | BITE

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Diego sale a bordo con poche ore di preavviso, si parte inseguiti dai lampi di una tempesta, e quando il motore muore a poche miglia da Roccella Jonica restano solo le vele a portarci in porto.

Poche ore dopo che Nepo e Joseph erano partiti per l'aeroporto, qualcun altro è salito a bordo di Spritz.

Si chiama Diego, è di Brescia, e fino al giorno prima non lo conoscevamo nemmeno. Ci aveva scritto chiedendo se ci fosse un posto per lui sulle tappe successive. Nel giro di poche ore aveva già preso un biglietto per Crotone. Il giorno dopo era davanti a noi, con lo zaino in spalla.

Non c'è stato tempo per grandi cerimonie. Una breve introduzione alla barca, i punti essenziali, e prima del tramonto eravamo già fuori dal porto, diretti verso Reggio Calabria.

La tempesta alle spalle

Il meteo prometteva poco vento e una navigazione tranquilla, quasi tutta a motore. Avremmo potuto aspettare la mattina dopo e partire con più calma. Non l'abbiamo fatto.

Alle nostre spalle, sopra la Puglia, si stava scatenando la tempesta che rincorrevamo fin da Bari. La vedevamo in lontananza, a tratti, nei lampi che illuminavano l'orizzonte. Partire subito significava tenere quella distanza. Aspettare significava rischiare di ritrovarcela addosso.

Siamo partiti.

Una notte migliore del previsto

Il meteo, per una volta, si sbagliava a nostro favore. Durante la notte abbiamo trovato molto più vento di quanto avessimo messo in conto, e Spritz ha navigato veloce, dritta verso sud, con Diego che imparava a tenere la rotta al buio mentre noi ci alternavamo al timone.

Poi, con la mattina, il vento è morto. E con lui, il motore.

Un nodo e mezzo

Non un guasto rumoroso, non fumo, nessun allarme. Il motore ha semplicemente smesso di rispondere. Ci siamo ritrovati fermi, o quasi: qualche ora alla deriva, incapaci di superare un nodo e mezzo di velocità, con la costa calabrese lì davanti, visibile e irraggiungibile.

Alla fine è arrivato uno spiraglio di vento. Poco, ma sufficiente a portarci verso Roccella Jonica, dove siamo entrati la sera di domenica 20 settembre, accolti da fuochi d'artificio che illuminavano il cielo sopra la baia.

Solo vele

Qui però la storia merita più di una riga.

Entrare in un porto sconosciuto, di notte, senza motore, non è un momento come un altro. È esattamente il tipo di situazione in cui tutto quello di cui abbiamo parlato nella serie sulla sicurezza smette di essere teoria e diventa l'unica cosa che conta davvero.

Io, Sami e Diego ci siamo divisi i compiti come se li avessimo provati cento volte, anche se non era mai successo prima: chi manovrava le vele, chi leggeva la profondità, chi comunicava le distanze dagli altri scafi ormeggiati. Nessuna voce alzata, nessuna confusione, solo la sequenza di comandi e conferme che rende una manovra così una cosa gestibile invece che pericolosa.

Abbiamo ancorato usando solo il vento come motore. Ed è filato tutto liscio.

I fuochi d'artificio, scoperti solo dopo, non erano per noi. La coincidenza però ci è piaciuta comunque.

Un conto ancora da pagare

Quella notte a Roccella Jonica ce la siamo goduta con la soddisfazione di chi è appena riuscito in qualcosa di più difficile del previsto. Ma restava lì un problema, grande quanto un motore che non partiva più: bisognava capire cosa fosse successo, e ripararlo prima che il maltempo, quello vero, ci raggiungesse.

Di questo parliamo nel prossimo articolo.

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